Per decenni, il lavoro ha incarnato un’idea semplice ma potente: chi lavora duramente, migliora la propria vita. Era un patto implicito, una promessa di mobilità sociale. Studiavi, ti impegnavi, trovavi un posto — e da lì iniziava la scalata: stabilità, casa, famiglia, dignità.
Oggi, questo schema si è rotto.
Il lavoro non è più uno spazio in cui si costruisce l’identità. Non dà più accesso automatico a diritti, sicurezza, riconoscimento. Lavorare non emancipa. Se a 35 anni non si è ancora in grado di acquistare una casa (senza fare disperatamente conto sui lasciti del caro estinto) o pensare di costruire una famiglia, qual è allora la funzione sociale del lavoro?
Lavorare serve — se va bene — a non cadere nel baratro.
In altre parole: anche lavorando, si resta poveri.
In Italia, questa crisi di senso è particolarmente evidente. I giovani lo sanno. E si regolano di conseguenza.
Molti cercano strade alternative: attività sul web (influencer, TikToker, profili su OnlyFans), nomadismo digitale, o in alcuni casi l’emigrazione — i famigerati “cervelli in fuga”.
Se il lavoro non è più una via per l’emancipazione, cosa ne resta?
Forse la vera domanda oggi non è solo “che lavoro vogliamo?”, ma “quale società vogliamo costruire attraverso il lavoro?”
Un lavoro che torni a valere, liberare, contare.
Non solo in busta paga, ma anche nella vita di chi lo svolge.
Con l’obiettivo, magari, di rendere decisamente meno stucchevoli i quesiti dei prossimi referendum.