Il discorso di Putin al Club Valdai del 01 ottobre 2026 – Trascrizione integrale

Dal podio del Club Valdai, Putin veste i panni dello statista prudente e riflette sulle sfide del multipolarismo e delle recenti tensioni internazionali. Il problema sorge quando i principi enunciati si scontrano con le azioni intraprese dal Paese che guida.

Il tema della XXIII riunione annuale del Club Valdai era «Responsabilità per il futuro: i limiti del possibile o possibilità senza limiti?», accompagnato da un rapporto intitolato «Niente panico».

Presentiamo di seguito un’analisi del discorso di Vladimir Putin, nel quale il presidente russo si propone come uno statista capace di guardare con lucidità oltre l’emergenza quotidiana, invitando alla calma e alla responsabilità.
Su diversi punti la sua analisi geopolitica risulta persino condivisibile.
Il problema sorge quando i principi enunciati si scontrano con le azioni intraprese dal Paese che guida.

Segue trascrizione integrale del discorso in italiano.

Il tramonto dell’egemone

Putin esordisce con una previsione: «man mano che ci si allontana dall’egemonia occidentale, l’ex egemone dovrà inevitabilmente riconoscere le realtà di un mondo multipolare. È inevitabile. Guardate le tendenze di sviluppo dell’economia mondiale».

Nella sua prospettiva, gli Stati Uniti saranno quindi costretti ad abdicare.
D’altronde, ci dice Putin, il peso delle economie emergenti nella produzione mondiale cresce da decenni, rendendo la pretesa di un ordine internazionale unipolare sempre più difficile da sostenere. Il crollo dell’egemonia non è però solo una questione economica, ma si accompagna al riassetto dei rapporti di forza, alla redistribuzione dello sviluppo tecnologico e a profonde trasformazioni sociali che stanno mettendo (e metteranno) a dura prova la tenuta dei singoli Stati.

Il modo in cui questa transizione avverrà — se attraverso un approccio graduale o mediante scosse violente — dipenderà da come i governi gestiranno la stabilità interna. Per Putin, il rischio maggiore di questa fase di “policrisi” è che i Paesi guidati da un’élite in affanno cedano alla tentazione di “esportare instabilità” all’esterno, alimentando ambizioni azzardate e conflitti per distogliere l’attenzione dalle tensioni interne, a scapito della sicurezza globale.

L’ONU e la «minoranza» occidentale

Sulle Nazioni Unite Putin è netto: «un’influenza sproporzionata è esercitata da un ristretto gruppo di Paesi occidentali che, pur essendo chiaramente una minoranza mondiale, cerca di appropriarsi delle funzioni di governo».

La critica alla scarsa rappresentatività del Consiglio di Sicurezza non è un’invenzione russa: da anni India, Brasile e Unione Africana chiedono riforme analoghe, e Putin ha facile gioco nel sostenere un ruolo maggiore per Asia, Africa e America Latina. Tuttavia, c’è un cortocircuito di fondo che il discorso tace: la Russia è essa stessa uno dei cinque membri permanenti che “esercita un’influenza sproporzionata” attraverso il diritto di veto. E non ha esitato a usarlo — come accaduto il 25 febbraio 2022 — proprio per paralizzare il Consiglio e bloccare la risoluzione che condannava l’invasione dell’Ucraina.

Le regole valgono solo per gli altri

Successivamente, Putin enuncia il seguente principio: «L’assenza di regole universalmente riconosciute, di una comune comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abbandono di questo principio, spinge spesso a comportamenti egoistici, e in alcuni casi questi si trasformano in tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, di aggravare il caos e di sfruttarlo nel proprio interesse».

Subito dopo, però, si affretta a disinnescare la potenziale accusa che la Russia stia facendo esattamente questo in Ucraina. Con una classica manovra di autogiustificazione, sostiene che l’intervento armato non sia un’aggressione dettata da interesse egoistico o dalla ricerca di un vantaggio unilaterale, ma una reazione obbligata: «Non siamo stati noi a volere la guerra né a iniziarla: è stata iniziata contro di noi». Segue un lungo elenco di “non bisognava”: non bisognava incoraggiare il nazionalismo ucraino, estendere la NATO ai «nostri territori storici», sostenere il «colpo di Stato» a Kiev, né armare il governo che ne è nato. La conclusione è che la Russia sarebbe stata «deliberatamente messa in una situazione in cui è stata semplicemente costretta […] a difendersi con le armi in pugno».

È proprio qui che la distanza tra teoria e pratica si fa più stridente. L’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione su vasta scala del 24 febbraio 2022 costituiscono esattamente il tipo di “vantaggio unilaterale” ottenuto con la forza che Putin condanna in astratto.

Chi alza la posta è sempre l’avversario

Il discorso prosegue condannando la gestione delle tensioni internazionali: «La riluttanza a ricorrere a una diplomazia autentica […] spinge a esasperare la situazione, ad alzare la posta, spesso anche a bluffare, a oltrepassare le linee rosse nella speranza di schiacciare e intimidire l’avversario». E ancora: «Quanto più il contrasto è intransigente, quanto più apertamente si dichiara l’obiettivo della “sconfitta strategica” dell’avversario, tanto più alta è la probabilità che il conflitto entri nella sua fase più feroce».

Nel quadro tracciato da Putin, chi alza la posta è sempre l’avversario. Si omette tuttavia che l’esasperazione della tensione viene condotta regolarmente dalla stessa Russia anche attraverso la cosiddetta guerra ibrida: dalle incursioni di droni che hanno violato lo spazio aereo europeo ai sorvoli dei caccia MiG vicino ai confini NATO.

I diritti umani

Verso la conclusione, Putin rivendica la condotta delle proprie forze armate: «I militari russi […] si sono sempre attenuti all’inviolabilità delle norme a tutela dei diritti umani. E voglio sottolinearlo: non hanno mai attaccato per primi obiettivi che non appartenessero direttamente all’infrastruttura militare dell’avversario».

Questa affermazione smentisce vistosamente i riscontri sul campo. Le indagini indipendenti mostrano infatti un quadro del tutto diverso: la Commissione internazionale d’inchiesta sull’Ucraina, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, ha documentato fin dal primo rapporto dell’ottobre 2022 l’uso indiscriminato – da parte delle forse russe – di bombardamenti aerei, artiglieria pesante e missili contro zone popolate da civili in aree popolate, e ha ritenuto la Russia responsabile della grande maggioranza delle violazioni e dei crimini di guerra accertati. Nel marzo 2023, la Commissione ha anche evidenziato come gli attacchi sistematici alle infrastrutture energetiche ucraine potessero configurarsi come crimini contro l’umanità.

Molte delle diagnosi di Putin sul disordine mondiale, sulla crisi del multilateralismo e sulle sfide del futuro tecnologico sono fondate e meritano di essere analizzate seriamente, anche da chi non condivide la sua linea politica. Tuttavia, la scelta sistematica di escludere la Russia da ogni responsabilità per le proprie azioni finisce per minare la tenuta dell’intero ragionamento. Resta così la sensazione di un discorso lucido nelle premesse quanto parziale nelle conclusioni, un’accurata lettura del mondo contemporaneo piegata alla necessità di giustificare le proprie guerre.

Il Discorso di Putin del 01 ottobre 2026 al Club Valdai, in .pdf (scaricabile) e la sua trascrizione in italiano:

Gentili signore e signori, colleghi,
secondo una buona tradizione ci riuniamo al forum annuale del Club internazionale di discussione Valdai per discutere i problemi mondiali più urgenti. Abbiamo sempre cercato non solo di fare una diagnosi dello stato del mondo, ma anche di tracciare i contorni dell’ordine mondiale in formazione. Sono convinto che il bagaglio intellettuale e l’esperienza di dialogo diretto e franco accumulati dal Club saranno senz’altro utili quando tutti noi, Oriente e Occidente, Nord e Sud, prima o poi dovremo accordarci sui principi per costruire un nuovo ordine mondiale, capace di garantire il progresso e lo sviluppo dell’umanità nei prossimi decenni.
Purtroppo bisogna riconoscere che oggi abbiamo davanti altri compiti, ben più urgenti. Il moderatore ha appena detto che bisogna tranquillizzare tutti, ma le criticità non sono affatto scomparse: ci sono. Le tendenze allarmanti che osserviamo sulla scena internazionale ci costringono a riflettere anzitutto non su come organizzare l’interazione mondiale nel prossimo periodo in modo più ragionevole, efficace e giusto, benché tutto questo sia, senza dubbio, estremamente importante. Bisogna invece pensare anzitutto a come preservare la pace e la sicurezza globali adesso, in una situazione in cui molte delle norme giuridiche precedenti sono state accantonate e quelle nuove non sono ancora emerse.
Che cosa bisogna fare per evitare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune non è affatto uno slogan astratto. È un insieme di azioni pratiche il cui scopo è impedire che l’umanità scivoli sull’orlo della sopravvivenza ed evitare l’irreparabile.
Il mondo è giunto a un momento di svolta decisivo del suo sviluppo. E la questione non riguarda soltanto la politica. La politica, come sempre, è il prodotto di cambiamenti profondi. I cambiamenti avvengono in tutti i campi: da praticamente qualsiasi tecnologia alla struttura sociale, dal clima alla medicina, dall’arte militare alla bioetica, dal futuro dell’energia ai mutamenti demografici, dalla digitalizzazione universale e dall’intelligenza artificiale a modelli di sviluppo economico del tutto nuovi. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Nel loro insieme, questi fattori creano le condizioni per una trasformazione qualitativa.
Non siamo ancora in grado di valutarne in modo univoco e completo tutte le circostanze e le conseguenze, se non altro perché questi cambiamenti si svolgono simultaneamente e il loro impatto sulle società e sugli Stati è contraddittorio. Ma su questo tornerò più avanti.
La portata dei cambiamenti già avvenuti e di quelli a venire è semplicemente enorme. E sembra che ce ne rendiamo conto. Non a caso oggi si discute tanto del futuro, spesso con una marcata sfumatura di ansia dovuta all’incertezza e all’imprevedibilità. Ma l’umanità, pur avvertendo grandi cambiamenti, non ha ancora davvero compreso fino in fondo la portata della sfida che si trova ad affrontare. È l’inizio di una realtà del tutto nuova, assolutamente nuova. Minacce e pericoli sono strettamente intrecciati con opportunità e prospettive, e sono inseparabili gli uni dagli altri. Tutta la nostra vita sta cambiando.
Lo sottolineo ancora una volta: non si tratta soltanto, e nemmeno tanto, dello spostamento degli equilibri di forza tra le potenze o della redistribuzione dell’influenza economica e tecnologica. Tutto questo è certamente importante e sta effettivamente avvenendo. Ma la cosa principale è che i cambiamenti toccano la natura biologica e morale dell’uomo, la sua essenza, il nostro modo di esistere, le basi della nostra visione del mondo.
Le tecnologie aprono prospettive fantastiche, nel senso letterale della parola, per prolungare la vita e migliorarne la qualità. Ma sono le stesse tecnologie a portare a un nuovo livello la possibilità di una distruzione totale, purtroppo: per effetto di conflitti armati, di un rapido degrado dell’ambiente o della perdita di controllo su processi tecnologici avviati.
È chiaro che un’atmosfera del genere non può non suscitare un aumento del nervosismo nelle persone e nelle società, una crescita delle tensioni interne, legata all’insicurezza e all’incapacità di capire come sarà il domani. Una delle conseguenze è la febbre politica interna in molti Paesi, tanto più che i sistemi partitici classici riflettono sempre meno una struttura sociale in rapido mutamento.
Per qualsiasi Stato, comunque sia organizzato e su qualunque tradizione storico-culturale si fondi, la stabilità interna, credo che sarete d’accordo con me, è sempre più importante di tutto il resto. E per preservarla i governi possono intraprendere le azioni più diverse, comprese quelle che incidono sulla situazione all’esterno, nei Paesi vicini, nelle regioni e nel mondo intero. In altre parole, possono purtroppo esportare instabilità. Tutto questo non fa che aggravare e intensificare la tensione, se così si può dire, l’incandescenza del contesto internazionale.
E qualunque scenario si realizzi nel mondo nei prossimi anni, il proseguimento dei conflitti internazionali è purtroppo molto probabile. Anche perché i cambiamenti radicali in corso e le opportunità che ne derivano stimolano e alimentano le ambizioni e la disponibilità a rischiare in vista di un guadagno che appare grande. Vorrei sbagliarmi in questa valutazione, ma le tendenze consolidate di oggi, purtroppo, sono proprio queste.
Siamo però convinti che, in prospettiva strategica, man mano che ci si allontana dall’egemonia occidentale, la situazione mondiale cambierà gradualmente in meglio, verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero. Tuttavia, è anche evidente che sulla strada verso un tale ordine mondiale ci attendono rischi di vario genere, per gli Stati, per le comunità e per ogni singola persona. In un’epoca di cambiamenti radicali questo è inevitabile.
Perciò ridurre al minimo i rischi a ogni livello, da quello mondiale a quello individuale, è oggi il compito principale dei responsabili che prendono decisioni in politica, negli affari, nella scienza, nella vita in generale. Da queste persone dipende molto. La loro responsabilità consiste anche nell’aiutare le persone a prendere coscienza di questi rischi e a esservi preparate, affinché l’individuo e la famiglia non restino soli di fronte ai problemi della sicurezza, del mercato del lavoro in trasformazione, dello spazio digitale e così via.
Che cosa è oggi davvero importante, a mio avviso? La cautela e la prudenza, per non essere travolti da una valanga di cambiamenti incontrollati? Oppure un approccio attivo e incisivo, per superare gli scenari sfavorevoli o per sfruttare le circostanze a proprio vantaggio? Non c’è una risposta univoca. In ogni caso è opportuna una linea di condotta specifica.
Chi prende le decisioni cerca naturalmente di adattarsi a ciò che accade. Ma in una condizione di “policrisi”, come oggi si dice, onnicomprensiva e diffusa ovunque, è oggettivamente molto difficile per loro staccarsi dall’emergenza gestionale quotidiana e guardare avanti, al di là di essa. La responsabilità corrente è enorme. Un errore può costare molto caro, anche per il futuro.
I compiti di oggi spesso relegano in secondo piano gli obiettivi strategici. È comprensibile, certo, ma molto, estremamente pericoloso. È impossibile rispondere a molte delle sfide attuali senza tenere conto di come le nostre azioni di oggi si rifletteranno sul nostro futuro. Come diceva un noto classico del pensiero politico russo, non bisogna che gli alberi ci impediscano di vedere la foresta.
Come appare, dunque, il quadro d’insieme? È evidente che i meccanismi di coordinamento degli interessi e delle azioni degli Stati, creati nei periodi precedenti, non sono in grado di svolgere pienamente ed efficacemente la loro funzione regolatrice. Non perché siano cattivi, ma perché sono cambiate le condizioni in cui, e per le quali, erano stati creati. La nuova realtà che sta emergendo favorirà certamente la creazione di nuovi strumenti, ma si tratta di un processo piuttosto lungo.
Diciamolo francamente: oggi alcune organizzazioni internazionali spesso non riducono i rischi, ma talvolta li generano e li provocano, servendo gli interessi di un solo Paese o di un gruppo di Paesi. Eppure, non erano state create per questo.
Le critiche colpiscono anche una struttura fondamentale come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che secondo il suo Statuto è chiamata a svolgere il ruolo di meccanismo centrale di coordinamento negli affari mondiali. Queste critiche non sono certo sempre obiettive, ma ci sono anche osservazioni fondate. In parte sono legate al fatto che l’ONU, pur essendo l’organizzazione mondiale più rappresentativa, nei fatti è gestita in modo molto meno collegiale e democratico di quanto previsto. Un’influenza sproporzionata è esercitata da un ristretto gruppo di Paesi occidentali che, pur essendo chiaramente una minoranza mondiale, cerca di appropriarsi delle funzioni di governo. E poiché l’influenza reale di questi Stati diminuisce a favore di una maggioranza mondiale sempre più autonoma e sicura di sé, gli squilibri della struttura dell’ONU emergono in modo sempre più evidente.
È un problema sistemico, che non si può risolvere dall’oggi al domani. La Russia ha sostenuto in passato, e sostiene ancora oggi, l’idea di una riforma equa delle Nazioni Unite, ma questa riforma non è possibile senza un consenso interno, che oggi è difficile da raggiungere. Ripeto: siamo costantemente favorevoli a che la struttura dell’ONU rifletta tutta la diversità del mondo, e a che i Paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e del Medio Oriente svolgano nell’organizzazione un ruolo molto più rilevante.
Al tempo stesso, è importante tenere presente che la trasformazione dell’ONU non consiste affatto soltanto nell’allargamento del Consiglio di sicurezza e in altre misure per una rappresentanza geografica più equilibrata dei Paesi negli organi di governo internazionale. Significa anche un nuovo contenuto del lavoro dell’organizzazione, nuove priorità per la sua attività, comprese quelle di lungo periodo. Tanto più che i cambiamenti nel mondo creano moltissimi nuovi dilemmi che prima semplicemente non esistevano.
L’esempio più evidente è la questione dell’intelligenza artificiale, con la quale tutti noi dobbiamo ancora imparare a vivere e a lavorare. Come si rifletterà il suo rapidissimo sviluppo sul livello intellettuale dell’umanità stessa, sul suo patrimonio spirituale e culturale? Non a caso si discute di un concetto come la «digitalizzazione prudente», cioè la rinuncia a un’introduzione incontrollata di queste tecnologie in ambiti che sono sempre stati importanti e delicati per lo sviluppo morale dell’uomo. Oggi gli aspetti sociali e umanitari della diffusione dell’intelligenza artificiale vengono analizzati con un’attenzione e una cura persino maggiori di quelli tecnici o economici.
Gli esperti parlano sempre più spesso, con preoccupazione, del fatto che la diffusione dell’intelligenza artificiale possa diventare l’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, di spersonalizzare, questa volta attraverso algoritmi configurati da qualcuno. Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco altrettanto cupo e disumano quanto gli esempi di società totalitarie del passato che conosciamo.
C’è poi un’altra questione rilevante, attuale già oggi e destinata a diventare ancora più acuta nel prossimo futuro: come possono gli Stati che passano a basi sempre più digitalizzate garantire la propria sovranità in questo campo, cioè assicurare la propria sicurezza e la propria identità senza isolarsi dal progresso mondiale e senza restare indietro nello sviluppo tecnologico?
Un altro ambito in cui la scienza e la tecnologia cambiano radicalmente il mondo è la capacità dell’uomo di intervenire profondamente in ciò che un tempo era considerato prerogativa del Creatore: la modificazione genetica dell’organismo, l’influenza sulla formazione della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino dei modi di pensare. È necessario unire gli sforzi dei Paesi e delle comunità per cercare insieme soluzioni accettabili per tutti a queste questioni estremamente delicate, questioni dell’essere decisive e autenticamente esistenziali.
Sarebbe logico svolgere questo lavoro nell’ambito delle organizzazioni internazionali, ma molte di esse, come ho già osservato, sono soggette a un’influenza eccessiva dei Paesi occidentali, interessati non al progresso comune ma solo a conservare il proprio potere. Le istituzioni che erano efficaci dopo la Seconda guerra mondiale non riflettono la situazione del secolo attuale. È possibile riformarle efficacemente perché corrispondano alle realtà di oggi? La questione resta aperta.
Nascono anche nuove comunità internazionali, generate dalla situazione mondiale attuale. Hanno senza dubbio grandi prospettive, che si tratti di varie associazioni regionali o di strutture ormai di portata globale come è diventato il BRICS. Bisogna però riconoscere che tutte loro hanno davanti un grande lavoro per definire le proprie funzioni, gli ambiti ottimali in cui esercitarle e i limiti delle proprie possibilità. Naturalmente non bisogna aspettarsi che strutture nate in tempi relativamente recenti riordinino rapidamente il mondo che ci circonda e diano forma al suo modello multipolare. È un cammino lungo e irto di ostacoli, con molte incognite, ma senza dubbio porterà a un risultato.
Significa forse che per ora siamo condannati al caos? No. Emettere un simile verdetto è certamente prematuro. In generale, un mondo regolato da norme chiaramente definite e da istituzioni che lo disciplinano, un mondo, per così dire, ordinato, è un’invenzione recente, del secolo scorso. Tutti i secoli precedenti ne hanno fatto a meno. Con risultati, come sappiamo, a dir poco alterni.
La presunzione, l’invidia e l’avidità hanno sempre avuto un posto nella politica mondiale, e ancora oggi si incontrano. Ciononostante, le potenze responsabili, in un modo o nell’altro, si sono sempre trovate in competizione, ma hanno anche lavorato insieme, costruito ed edificato sistemi di relazioni tra loro e con altri Stati meno grandi. E nel complesso, di regola, hanno comunque cercato di preservare la stabilità.
Oggi, sullo sfondo della crisi delle istituzioni e del degrado del diritto internazionale, sulle grandi potenze ricade un’enorme responsabilità, commisurata alle loro stesse enormi possibilità. Questi Stati hanno il potenziale per azioni capaci di orientare in un colpo solo le tendenze mondiali verso una maggiore prevedibilità e sicurezza, oppure, al contrario, verso l’approfondirsi, l’aggravarsi, il precipitare di tutti i problemi. Questo potenziale si moltiplica grazie alle nuove tecnologie di cui ho già parlato. Ed è evidente che dall’efficacia con cui si gestiranno i rischi in questa fase di bruschi cambiamenti dipende il futuro del mondo intero, e quindi di ogni singola persona.
L’assenza di regole universalmente riconosciute, di una comune comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abbandono di questo principio, spinge spesso a comportamenti egoistici, e in alcuni casi questi si trasformano in tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, di aggravare il caos e di sfruttarlo nel proprio interesse. La politica mondiale ne offre esempi quasi ogni giorno. Vengono violati tutti i tabù immaginabili e inimmaginabili. Non li elencherò ora, ma credo che i presenti in sala lo capiscano perfettamente.
Sono profondamente convinto che una materia complessa come le relazioni internazionali richieda pur sempre accuratezza e il rispetto non solo delle leggi adottate, ma anche, come dicono i giuristi, del diritto consuetudinario: cioè non solo della lettera ma anche dello spirito della legge, delle prassi consolidate e universalmente riconosciute. Anche i vincoli morali e le regole di decoro sono importanti, perché rispettarli crea la possibilità di un dialogo, per quanto minimo.
Al contrario, l’inadempienza sistematica degli impegni, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in una farsa, la sostituzione di ogni discussione sostanziale con la propaganda, lo scherno ostentato dei fatti e il loro stravolgimento per ottenere un vantaggio momentaneo distruggono le basi stesse della convivenza internazionale. Una simile, mi si passi l’espressione, prassi di condotta degli affari internazionali è miope e pericolosa. Il guadagno temporaneo ottenuto in questo modo può trasformarsi in fallimenti di lungo periodo e, soprattutto, peggiorare la situazione di tutti. Perché l’interconnessione del mondo non scompare.
Il principio «se hai la forza, il cervello non serve» sembra talvolta guidare alcuni attori internazionali, convinti della propria eccezionalità politico-militare, economica e, come sembra loro, morale. Sappiamo benissimo dalla storia che questo non porta mai a nulla di buono.
Mi allontano per un momento dal tema principale. Qui sono presenti persone con punti di vista molto diversi su un conflitto oggi molto acuto, il conflitto ucraino, e sulle sue cause. Vorrei dirne due parole. E anche le molte centinaia, o persino migliaia, di esperti, vostri colleghi, che studieranno i materiali di questa sessione del Club Valdai hanno le loro idee in proposito.
So, naturalmente, che in una parte della comunità degli esperti sorgerà una domanda: la Russia parla di pace, ma è stata lei a iniziare la guerra. Mi sono già espresso molte volte su questo punto. Ma in un consesso come questo lo dirò ancora una volta. Dove sta la verità? La verità è che non siamo stati noi a volere la guerra né a iniziarla: è stata iniziata contro di noi.
Non bisognava per anni incoraggiare il nazionalismo aggressivo e la russofobia in Ucraina allo scopo di trasformarla in uno strumento di lotta contro la Russia. Non bisognava che la NATO avviasse l’insediamento militare nei nostri territori storici nell’interesse dell’organizzazione stessa, pianificando lì le proprie basi. Non bisognava spingere i radicali di Kiev al colpo di Stato e poi riempire il regime così creato, di fatto illegittimo, delle armi offensive più diverse. Non bisognava elaborare piani per organizzare campi di concentramento per gli abitanti del Donbass e della Crimea. Non bisognava schiacciare con i carri armati, bersagliare con i missili, mitragliare dagli aerei e bruciare vivi persone disarmate solo perché sono russe per nazionalità e per spirito. Di questi «non bisognava» ce ne sono ancora moltissimi, ma mi fermo qui.
Sono convinto che la Russia sia stata deliberatamente messa in una situazione in cui è stata semplicemente costretta, in risposta a questa evidente aggressione, a difendersi con le armi in pugno. Siamo stati deliberatamente portati fino a questo limite. E in generale non bisogna trasformare la russofobia, l’oppressione e l’uccisione di russi, la distruzione della Russia in un’ideologia di Stato, né porsi l’obiettivo della sconfitta strategica della Russia. Era proprio così che suonava, no? Nessuno lo ha dimenticato. Noi, in ogni caso, non lo dimentichiamo. Se vogliamo vivere, e tutti vogliono vivere, allora, come ho già detto una volta in un mio intervento pubblico, «viviamo in armonia» e cerchiamo insieme il modo di farlo.
Costruire la fiducia è certamente un processo complesso e fragile: è molto difficile da avviare e molto facile da distruggere. Gli interessi persino dei partner più stretti non possono coincidere completamente. Che dire allora dei Paesi che si trovano in rapporti di rivalità, di dura concorrenza e, a maggior ragione, di confronto?
Prima o poi la situazione e il sistema internazionali raggiungeranno uno stato di equilibrio stabile. Si tratta senza dubbio di un processo complesso, determinato da molti fattori e articolato su più livelli, che richiede compromessi reciproci, passi gli uni verso gli altri e una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex egemone dovrà inevitabilmente riconoscere le realtà di un mondo multipolare. È inevitabile. Guardate le tendenze di sviluppo dell’economia mondiale. Bisognerà imparare a collaborare con i Paesi della maggioranza mondiale sulla base del rispetto dei loro interessi fondamentali.
Naturalmente questo non accadrà in fretta. Dovremo vivere in un mondo estremamente instabile e mutevole. Il cammino verso un nuovo sistema sarà pieno di svolte e sviluppi inattesi, purtroppo spesso spiacevoli e persino pericolosi.
E qui vorrei richiamare la nostra storia nazionale. La Russia ha percorso un difficile cammino di trasformazioni profonde, e questo processo continua. Trentacinque anni fa abbiamo vissuto il crollo dell’ordinamento statale, che è stato una vera tragedia per decine di milioni di persone, che dall’oggi al domani si sono svegliate «all’estero»; e questo ha cambiato il loro destino e quello dei loro figli. Sia da noi in Russia sia nei Paesi vicini, tutto questo ha portato a una trasformazione fondamentale, anche negli affari mondiali.
Sottolineo in particolare una certa ingenuità, un’ingenuità idealista, e forse persino la leggerezza delle persone che erano alla guida dello Stato negli ultimi anni dell’epoca sovietica. La fiducia cieca nei partner occidentali, la convinzione che fossero possibili non meglio precisati «accordi tra gentiluomini», come se bastasse credere sulla parola e accordarsi su qualcosa: anche questo ha giocato un brutto scherzo all’Unione Sovietica. In retrospettiva diventa chiaro quale ruolo distruttivo abbia avuto, non solo per il destino dell’URSS, ma anche per la stabilità mondiale di lungo periodo. I leader sovietici volevano piacere all’Occidente, mentre i leader occidentali volevano ridisegnare il mondo a proprio vantaggio e accaparrarsi la loro parte, possibilmente la più grande, dell’eredità sovietica. Il risultato lo vediamo.
Il crollo dell’URSS è stato il risultato di una combinazione di squilibri interni accumulati. Di questo bisogna parlare prima di tutto. È la verità, è così. Proprio squilibri interni ed errori commessi da più di una generazione di dirigenti del Paese. La miopia, schemi ideologici angusti e inadeguati al posto del pragmatismo, l’incompetenza e l’abitudine di “nascondere sotto il tappeto” problemi evidenti hanno, passo dopo passo, aggravato e minato la posizione interna e internazionale dell’URSS e alla fine ne hanno provocato il crollo.
Ciò che accade oggi nel mondo, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali, sono in larga misura il frutto della riluttanza, dell’impreparazione o dell’incapacità dei politici della fine del XX secolo, sia a Est sia a Ovest, di affrontare in modo serio e approfondito un’epoca di cambiamenti grandiosi. E non si tratta di scaricare la responsabilità sui leader del passato: è la realtà.
Ma anche in quei tempi ormai lontani, sia a Est sia a Ovest, c’erano altre persone, altri politici, che comprendevano a fondo i problemi e proponevano, a mio avviso, le vie giuste per risolverli. Le loro valutazioni, proprio oggi, si possono definire preveggenti.
Sapete, ho già ricordato pubblicamente un paio di volte un uomo politico della Repubblica Federale Tedesca come Egon Bahr. Era membro della presidenza della direzione del Partito socialdemocratico tedesco.
… Sapete, quando ho letto dei suoi contatti con la dirigenza sovietica, sia a Bonn sia a Mosca, sono rimasto semplicemente stupito: stupito di quanto fosse una persona di sostanza, intelligente e competente.
Vi citerò alcune sue affermazioni, fatte nel giugno e nel febbraio del 1990, un periodo, come capiamo, di svolta per i destini dell’Europa e del mondo intero.
Ciò che preoccupava soprattutto il signor Bahr era la minaccia che il confronto in Europa persistesse dopo la riunificazione della Germania, e il rafforzamento, cito, «dell’influenza di quei circoli della NATO che non hanno alcuna voglia di imboccare la strada della cooperazione paneuropea e della riduzione del confronto». È una sua citazione. Già allora vedeva che quei circoli esistevano. E lui lo sapeva meglio di chiunque altro, no?
Nel corso dei negoziati del 1990, Egon Bahr dichiarò, cito ancora: «Se non si compiono passi decisivi per superare la divisione dell’Europa in blocchi ostili, gli sviluppi potrebbero assumere un carattere molto sfavorevole, condannando l’URSS all’isolamento internazionale». Anche questa è una sua citazione. E, tra l’altro, vediamo che alla fine è andata proprio come aveva previsto e come aveva avvertito.
E che cosa si proponeva? Che cosa si proponeva per l’Europa orientale e centrale? Si proponeva di creare un Consiglio di sicurezza con la partecipazione sia degli Stati Uniti sia dell’URSS, e per di più con ampi poteri. Questo consiglio avrebbe dovuto comprendere praticamente tutta l’Europa orientale e centrale.
Tuttavia, dopo il crollo dell’URSS, in Occidente prevalsero proprio quelle forze che davvero, come aveva detto Egon Bahr, non avevano alcuna voglia di imboccare la strada della cooperazione paneuropea. E nonostante i pluriennali, voglio sottolinearlo, proprio pluriennali tentativi della nuova Russia di diventare parte della cosiddetta civiltà occidentale, nella pratica fecero di tutto per isolare davvero e finire di smantellare la stessa Federazione Russa. La consideravano, nonostante tutti i cambiamenti di politica interna avvenuti in Russia, nonostante tutti questi cambiamenti, come la parte chiave dello storico Impero russo. E ancora oggi lo dicono in vari eventi e conciliaboli: bisogna ancora finire di smantellare l’impero.
Vorrei richiamare la vostra attenzione, signore e signori, sul fatto che, secondo la mia profonda convinzione, il signor Bahr pensava allora esclusivamente al futuro dell’Europa, a quella famosa «casa comune europea» di cui tanto parlavano allora i dirigenti dell’URSS, ma purtroppo si limitarono alle parole.
In Russia forse si sa meglio che altrove quanto sia difficile superare le conseguenze di collassi e cataclismi storici e muoversi a tentoni in circostanze nuove e spesso sfavorevoli. Spesso abbiamo dovuto procedere per tentativi ed errori, reagendo alle situazioni man mano che si presentavano, improvvisando. Ma non dimentichiamo mai che una nazione ha bisogno di una prospettiva, di una chiara comprensione della direzione del suo cammino verso il futuro.
Senza passato, naturalmente, non c’è futuro. L’eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un Paese grande e unico, deve essere preservata e rafforzata. Nessuna società può esistere senza fondamenta storiche e senza rispetto per le tradizioni. Ma è vero anche il contrario: senza futuro il passato perde di senso. Per quanto grandiose siano state le imprese dei nostri predecessori, non possiamo trasformarci in un museo della grandezza passata.
La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi, e idealmente di anticiparli. Accrescere il patrimonio e svilupparlo in modo creativo in rapporto alle nuove condizioni è la migliore garanzia che la tradizione nazionale non si trasformi in un pezzo d’antiquariato, in un accessorio storico alla moda, e non sia l’oggetto esclusivo e costante della nostra attenzione. Dobbiamo invece puntare su un ambiente vivo e fecondo per le conquiste future.
Quanto al futuro, molto è davvero avvolto da un velo di incertezza. Troppi sono i fattori che entrano in gioco e cambiano rapidamente. Ma una tabella di marcia, una mappa del percorso verso il futuro, è certamente necessaria. Non un’utopia, non costruzioni astratte e speculative, una progettazione di immagini desiderate staccata dalla vita, ma una valutazione realistica dei rischi, delle opportunità e degli obiettivi necessari. La Russia sta tracciando un simile itinerario verso il futuro per sé stessa ed è naturalmente pronta a partecipare a questo lavoro insieme ad altri Paesi e popoli del mondo.
Ripeto: la portata e, cosa particolarmente importante, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo sono senza precedenti. E dobbiamo essere consapevoli che il momento in cui non sarà più possibile cambiare nulla può arrivare molto rapidamente e in modo inatteso per tutti. Semplicemente, si scoprirà che la logica di risposte reciproche sempre più dure conduce a un’irreversibilità fatale.
Oggi, quando si descrivono e si fanno previsioni sui diversi conflitti nel mondo, ricorre spesso la parola escalation. La riluttanza a ricorrere a una diplomazia autentica, fondata sulla realtà e sulla considerazione degli interessi di tutte le parti, spinge a esasperare la situazione, ad alzare la posta, spesso anche a bluffare, a oltrepassare le linee rosse nella speranza di schiacciare e intimidire l’avversario, di spezzargli le reni.
L’escalation delle operazioni militari e delle sanzioni non è una pratica nuova. È stata applicata in molti conflitti e non è mai unilaterale. Ai passi provocatori degli uni segue la risposta degli altri. In questo modo la spirale si stringe sempre di più e le conseguenze distruttive crescono. Non dirò nulla di nuovo: alla base dell’escalation ci sono l’arroganza e la presunzione. È la strada verso l’orlo del baratro.
Tanto più oggi, quando negli arsenali delle principali potenze mondiali ci sono armi capaci di annientare ogni forma di vita, o quanto meno di portare la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo essere sicuri che queste armi non verranno mai usate? Certo che no. Conosciamo tutti la celebre massima: se all’inizio dello spettacolo un fucile è appeso da qualche parte sulla parete della scena, alla fine dovrà per forza sparare. Dobbiamo tenerlo presente ed evitarlo.
Quanto più il contrasto è intransigente, quanto più apertamente si dichiara l’obiettivo della «sconfitta strategica» dell’avversario, tanto più alta è la probabilità che il conflitto entri nella sua fase più feroce. Le leggi della lotta per la sopravvivenza valgono non solo in natura, ma anche nelle comunità sociali, se queste vengono messe di fronte alla prospettiva di perdere la propria autonomia, la propria dignità e persino il diritto di esistere.
Gentili signore e signori, lo ripeto ancora una volta: che un nuovo ordine mondiale prenda forma nei suoi tratti fondamentali è inevitabile. Speriamo che ciò avvenga in una prospettiva storica ormai prevedibile. Ma per ora tutto accade in modo troppo turbolento e spontaneo. Stiamo solo abbozzando, cercando a tentoni i contorni del futuro. Questo non significa, naturalmente, che dobbiamo restare con le mani in mano ad aspettare che cosa succederà.
Per arrivare alla fase costruttiva, che, come ho già detto, prima o poi certamente arriverà, bisogna superare l’attuale momento pericoloso ed evitare che si realizzino le minacce più distruttive. Ritengo particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, devono diventare oggetto di una discussione seria per tutti noi a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.
Il primo è la questione dell’intelligenza artificiale, che ho già toccato. Nel mondo è in corso un dibattito sull’opportunità di adottare misure per frenare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo, per impedire che le tecnologie sfuggano al controllo umano. È un tema molto sfaccettato, che richiede un esame approfondito. La storia dell’umanità dimostra che è impossibile fermare il progresso tecnico. Ma dobbiamo comprendere le conseguenze del progresso, soprattutto per quanto riguarda l’uso delle sue conquiste, anche in ambito militare, nell’arte della guerra.
Si registrano già casi in cui l’intelligenza artificiale prende decisioni da sola, in base alla propria idea di opportunità. Questo riguarda sia gli usi civili sia quelli militari. Con l’ulteriore diffusione delle tecnologie di intelligenza artificiale, il loro ruolo crescerà. Gli algoritmi si assumeranno una responsabilità sempre maggiore, tanto più che l’uomo, naturalmente, non può competere con la capacità della macchina di analizzare una situazione in modo praticamente istantaneo. In compenso l’uomo possiede altre qualità: il fiuto, l’intuizione, la capacità di prendere decisioni magari non ovvie, che però alla fine si rivelano le uniche giuste e salvifiche.
Sapete, ora vorrei raccontarvi una storia, ancora dell’esperienza sovietica, della realtà sovietica. Settembre 1983: un ufficiale delle forze missilistiche, il tenente colonnello Stanislav Petrov, era in servizio di guardia operativo e ricevette un segnale dal sistema di allerta contro attacchi missilistici. Sistemi di questo tipo esistono e funzionano da tempo sia da noi sia negli Stati Uniti. Il sistema aveva registrato il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani.
Qualsiasi algoritmo lo avrebbe classificato come un motivo inequivocabile per un contrattacco di rappresaglia immediato. Ma l’ufficiale esperto dubitò dell’attendibilità del segnale, sospettò un malfunzionamento del sistema e aveva ragione. Se al suo posto ci fosse stata un’intelligenza artificiale, tutto sarebbe potuto andare in modo completamente diverso.
Ecco, secondo me, un esempio molto convincente. I limiti all’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale nel campo della sicurezza sono una questione di sopravvivenza dell’umanità. L’intelligenza artificiale contribuisce ad aumentare l’efficacia dei mezzi di combattimento, e questo porta anche a una crescita della distruttività dei conflitti. È necessaria una discussione internazionale professionale e imparziale sul modo contemporaneo di condurre la lotta armata: su come preservare un quadro umanitario e limitare le manifestazioni più brutali dei conflitti armati, legate alla crescita delle capacità distruttive.
So che al vostro forum si è tenuta una sessione con un titolo che mi è sembrato molto preciso: «L’etica della nuova guerra: l’uomo e la disumanità». In effetti la disumanità dei conflitti moderni si può intendere in due modi. Da un lato la crescente crudeltà e il disprezzo delle norme umanitarie; dall’altro le nuove forme di confronto, in cui l’intelligenza artificiale e i sistemi autonomi svolgono un ruolo sempre più importante nella conduzione delle operazioni militari, sostituendo gradualmente l’uomo, anche nel prendere decisioni, il che è particolarmente importante. È un tema enorme e complesso, che richiede la massima attenzione.
L’automazione e la digitalizzazione della guerra portano a una disumanizzazione della percezione, alla trasformazione dello spargimento di sangue e della morte di persone in una sorta di videogioco, in una routine meccanica. E questo, chiamando le cose con il loro nome, è la strada verso l’imbarbarimento dell’umanità, accompagnato dai discorsi su un grandioso progresso tecnologico.
Un tempo, alla fine del XIX secolo, nel 1899, fu proprio la Russia a promuovere la Conferenza dell’Aia, in cui per la prima volta furono sancite le regole della conduzione della guerra, della risoluzione pacifica delle controversie e dell’umanizzazione delle operazioni militari. Certo, le idee giuste e nobili poste allora non hanno risparmiato all’umanità gli sconvolgimenti del XX secolo. Le guerre mondiali sembravano aver cancellato le conquiste del diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento di sollevare di nuovo la questione delle regole del confronto armato.
Non ci sono illusioni. Le guerre ci sono sempre state, in tutta la storia dell’umanità. Ci sono, e con ogni probabilità continueranno a esserci conflitti armati. Purtroppo, è una parte inseparabile dell’esistenza umana. Il mestiere delle armi è la professione di chi difende gli interessi del proprio Paese. Ma la professionalità in ambito militare significa anche il rispetto delle norme umanitarie. I militari russi, per esempio, si sono sempre attenuti all’inviolabilità di queste norme. E voglio sottolinearlo: non hanno mai attaccato per primi obiettivi che non appartenessero direttamente all’infrastruttura militare dell’avversario.
La crescita della tensione internazionale e l’inasprimento del confronto generale hanno un’altra conseguenza di lungo periodo molto negativa. Ed è il secondo fattore fondamentale su cui vorrei oggi richiamare la vostra attenzione. Nell’atmosfera conflittuale che si è creata, è stata sacrificata la soluzione reale dei problemi globali che riguardano l’intera umanità. Di questi problemi fino a poco tempo fa si parlava di continuo; oggi sono stati un po’ dimenticati: il clima, l’ecologia, la povertà, la disuguaglianza. Ora sono stati messi da parte, ma la loro gravità non fa che aumentare. Non sono certo scomparsi.
Purtroppo non c’è motivo di sperare che la comunità internazionale nel suo insieme sia in grado, in un futuro prevedibile, di occuparsi seriamente di questa agenda. Ma se le questioni acute e urgenti non vengono risolte a livello globale, bisogna occuparsene a livello regionale. Tanto più che questo livello è più vicino e più comprensibile per le persone. Siamo tutti responsabili del pianeta nel suo complesso, ma prima di tutto della nostra casa e dei suoi immediati dintorni. La nostra casa, in senso ampio, è l’Eurasia: un territorio immenso, centro e teatro della maggior parte dei processi più importanti che si svolgono nel mondo. Da come sapremo organizzare l’Eurasia dipende molto anche per l’intera, vasta scena internazionale.
In una situazione di crescente instabilità mondiale, l’idea del Grande partenariato eurasiatico, avanzata a suo tempo dalla Russia, acquista un significato particolare. I confronti politico-militari minano l’interconnessione del mondo: sono colpite le catene produttive e logistiche e le rotte consolidate del commercio e delle comunicazioni. Il compito e la responsabilità dei Paesi eurasiatici sono proteggere il più possibile il nostro spazio dai rischi globali e dai processi distruttivi, e sfruttare le opportunità tecnologiche e di altro tipo che si aprono per ampliare qualitativamente l’interazione eurasiatica e rafforzare l’interconnessione di questo immenso territorio.
Osservo inoltre che le comunità culturali e di civiltà presenti in Eurasia hanno saputo trovare forme di interazione nelle epoche storiche più difficili, nel corso di moltissimi secoli. L’Eurasia può diventare un prototipo di relazioni internazionali in condizioni di eterogeneità di culture, approcci e interessi, in cui le differenze diventano non un ostacolo ma un vantaggio per costruire un partenariato stabile ed equilibrato.
A questo proposito vorrei richiamare l’attenzione sull’iniziativa, avanzata insieme ai nostri amici bielorussi, di elaborare una Carta eurasiatica della multipolarità e della diversità nel XXI secolo. La settimana scorsa, all’incontro dei ministri degli Esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e di altri nostri partner, svoltosi a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, è stato dato il via al lavoro pratico su questo documento fondamentale.
Il valore dell’Eurasia sta anzitutto nel fatto che per molti aspetti è autosufficiente e in grado di risolvere qualsiasi problema. L’unica cosa di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno è una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.
Cari colleghi,
tutti noi, l’intera comunità mondiale, portiamo una responsabilità comune per il domani. E non è un’esagerazione né una metafora: è, ripeto, un compito assolutamente pratico, di cui dobbiamo occuparci senza rinvii.
Voglio credere che i nostri discendenti potranno leggere nei futuri libri di storia che il secondo quarto del XXI secolo è stato un punto di svolta: il momento in cui l’umanità, presa coscienza della portata dei cambiamenti e delle sfide alla propria esistenza, ha trovato la forza di mettere da parte le meschine contese, le ambizioni e l’egoismo e di unirsi per risolvere i problemi comuni; ha trasformato la rivoluzione tecnologica da un insieme di minacce in un ampio ventaglio di opportunità; ha cominciato ad affrontare la disuguaglianza sociale e il degrado ambientale non a parole ma nei fatti; ha compreso che il confronto militare e l’imposizione non hanno futuro e che le questioni e i problemi che emergono vanno risolti in modo accettabile per tutti; e infine ha avviato la costruzione di un nuovo ordine mondiale stabile. Sono convinto che andrà proprio così. Perché, se tutto questo non accadrà, c’è il rischio che non ci sia più nessuno a studiare su quei libri. E che quei libri non vedano nemmeno la luce.
Crediamo nel meglio e, soprattutto, facciamo di tutto perché questo meglio arrivi e resti con noi.
Vi ringrazio per l’attenzione e auguro a tutti successo. Tengo molto ai nostri incontri. Vi ringrazio. Grazie mille.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *