Il 27 agosto 2026 è morto nel carcere dell’Aja, a 84 anni, Ratko Mladić, l’ex comandante serbo-bosniaco condannato in via definitiva per genocidio e crimini contro l’umanità per il massacro di Srebrenica. Ventiquattr’ore dopo, il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić ha annunciato che Mladić avrebbe ricevuto “pieni onori di stato e militari”, una possibilità resa tecnicamente percorribile dal fatto che l’ex generale non è mai stato formalmente privato del proprio grado, nonostante la condanna all’ergastolo confermata in appello dal Tribunale Penale Internazionale nel 2021.
Un giudizio già scritto
La reazione di Bruxelles non si è fatta attendere, pur restando misurata nei toni.
Tuttavia, chi segue da tempo il dossier dell’allargamento dell’Unione Europea ai Balcani occidentali conosce già la posizione della Commissione a riguardo: un giudizio severo sulle palesi lacune della Serbia in materia di stato di diritto e diritti fondamentali, nonché sulla sua incapacità di fare fino in fondo i conti con il passato, cui gli onori tributati a Mladić rappresentano l’ennesima dimostrazione plastica.
La Serbia ha infatti avviato ufficialmente i negoziati di adesione all’Unione Europea nel gennaio 2014 e, da allora, ha aperto con la Commissione 22 dei 35 capitoli negoziali previsti, incluso l’intero “cluster 1”, dedicato ai cosiddetti fundamentals del processo di adesione (funzionamento delle istituzioni democratiche, pubblica amministrazione, stato di diritto, economia e diritti fondamentali).
È proprio all’interno di questo confronto continuo che matura la lunga lista di rilievi e raccomandazioni formulata da Bruxelles: un quadro critico che, a ben vedere, anticipava già da tempo le problematiche di fondo emerse con la vicenda Mladić, rendendola un esito purtroppo non del tutto inatteso.
Il documento di riferimento è il Commission Staff Working Document – Serbia 2025 Report, SWD(2025), pubblicato dalla Commissione Europea a Bruxelles il 4 novembre 2025. Tutte le citazioni che seguono sono tratte da questo documento.
Giustizia e potere politico
Il capitolo 23 del rapporto (“Judiciary and fundamental rights“) accusa esplicitamente la Serbia per le carenze sul funzionamento della magistratura e il suo rapporto col potere politico: “La pressione politica sulla magistratura giudicante e inquirente resta alta. Funzionari di governo e pubblici ufficiali, incluso il Presidente e membri del Parlamento, hanno continuato a fare commenti pubblici indebiti su indagini e procedimenti giudiziari in corso, incluse osservazioni sull’operato di singoli procuratori e giudici. Tra di esse, (esplicite) critiche a decisioni giudiziarie e minacce di rimozione nei confronti di giudici e procuratori.” (p. 29). Non manca neppure “un episodio di aggressione fisica a un giudice” (p. 29).
La Commissione segnala anche come alcune iniziative giudiziarie di rilievo — tra cui la perquisizione degli uffici di quattro “organizzazioni della società civile” nel febbraio 2025 — siano scattate subito dopo l’annuncio di una campagna anticorruzione da parte del Presidente Vučić, un tempismo sospetto che solleva forti dubbi sull’autonomia delle procure dal potere politico.
Inoltre, “a luglio il Presidente ha graziato cinque persone accusate di aver aggredito fisicamente dei manifestanti, citando la necessità di correggere ingiustizie causate da procuratori e tribunali — un atto che solleva ulteriori preoccupazioni sull’indipendenza del sistema giudiziario” da quello politico (p. 30).
Crimini di guerra e impunità
È la sezione dedicata al “Domestic processing of war crime cases” (p. 33) a offrire il collegamento più diretto con la vicenda Mladić. Scrive la Commissione: “La Serbia non ha ancora dimostrato un impegno genuino nell’indagare e giudicare i casi di crimini di guerra. […] La Serbia continua a evitare di incriminare sospettati di alto rango e le tempistiche sono rimaste eccessivamente lunghe. La Serbia non ha ancora adottato misure … per affrontare il consistente arretrato di oltre 1.800 casi in fase pre-investigativa” (p. 33).
E poi a pagina 34: “Diversi partiti politici, esponenti pubblici e organi di informazione serbi hanno continuato a offrire sostegno e spazio pubblico a criminali di guerra già condannati e a portare avanti tesi negazioniste, che includono (la negazione del) genocidio di Srebrenica, senza alcuna ripercussione. La politica sanzionatoria nei processi su crimini di guerra è stata incoerente e non sistematica … La magistratura serba non ha mai disposto un risarcimento per le vittime di crimini di guerra in alcun procedimento penale“ (p. 34).
Difficile non leggere gli onori di stato a Mladić come l’ennesima, clamorosa manifestazione di quel sotteso sostegno offerto a un criminale di guerra già condannato.
Il rapporto segnala inoltre che la cooperazione regionale sui crimini di guerra resta debole: “la Serbia resta inadempiente di fronte alle sentenze della Bosnia-Erzegovina nei casi di Novak Djukić, Duško Kornjača e Tomislav Kovač, tutti residenti in Serbia. Questi individui riescono a sottrarsi alla giustizia approfittando dei divieti di estradizione (serbi) per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.” (p. 33).
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
Il quadro sulla cooperazione con Strasburgo non è più confortante: “Attualmente si contano 12 casi sotto supervisione rafforzata da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (23 l’anno scorso). Questi casi riguardano principalmente maltrattamenti/tortura, mancato rispetto delle misure cautelari, durata eccessiva dei procedimenti giudiziari, processi penali iniqui” (p. 37). Rammentiamo che il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa è l’organo incaricato di vigilare sull’esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo: quando uno Stato viene condannato, deve adottare misure correttive sia individuali sia strutturali, e il Comitato ne verifica l’attuazione. I casi passano sotto “supervisione rafforzata” — una procedura di controllo più stringente rispetto a quella standard — quando riguardano violazioni gravi o sistematiche, o quando l’adozione di misure correttive tarda in modo significativo.
Libertà di stampa
Sulla libertà di espressione, il rapporto usa un linguaggio che si distingue per durezza rispetto al resto del documento, descrivendo un netto peggioramento rispetto all’anno precedente: “I casi di minacce, intimidazioni, discorsi d’odio e violenza contro i giornalisti sono aumentati e non vengono condannati in modo sistematico dalle autorità. Le giornaliste donne e i cronisti locali sono particolarmente esposti a questi attacchi. Le frequenti dichiarazioni di funzionari di alto livello sul lavoro di giornalisti e operatori dei media hanno un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione” (p. 40). Il documento aggiunge che “A diversi giornalisti stranieri, anche di Stati membri UE, è stato negato l’ingresso in Serbia prima delle proteste. […] Sono stati inoltre segnalati casi di uso della forza di polizia contro giornalisti, di intromissione nel lavoro di cronaca e di fermo temporaneo di giornalisti” (p. 40). Significativo anche il fatto che nessun progresso sia stato fatto “nel perseguire tre omicidi di giornalisti, uno dei quali è stato fatto cadere in prescrizione” (p. 40).
Libertà di riunione e uso della forza
Sul fronte delle proteste di piazza, il rapporto conferma che le manifestazioni sono generalmente autorizzate, ma denuncia una gestione problematica della sicurezza, con un episodio diventato un caso internazionale: “Il 29 aprile 2025 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emanato una misura cautelare (nei confronti della Serbia) per presunto utilizzo di un cannone sonico per disperdere le folle durante le manifestazioni di Belgrado del 15 marzo. […]. La Corte ha rilevato che l’utilizzo di tali armi … era illegale in Serbia e, in particolare, poteva causare gravi effetti sulla salute di un gran numero di persone”. Finora le autorità serbe hanno semplicemente negato tale uso (p. 43). Lo stesso passaggio nota come “le alte autorità hanno tentato di delegittimare i manifestanti […] affermando, senza alcuna prova, che stessero cercando di “distruggere l’ordine costituzionale della Serbia” e preparando una “rivoluzione colorata” finanziata e sostenuta dall’estero” (p. 42-43).
Minoranze, Rom e non discriminazione
Sul fronte della tutela delle minoranze, il rapporto apre con un giudizio netto: “le persone appartenenti a minoranze hanno continuato a subire discriminazioni (in Serbia)“ (p. 47). Il documento rileva che “episodi di incitamento alla violenza o all’odio hanno continuato a colpire in modo specifico i difensori dei diritti umani, le persone rom, le persone LGBTIQ e i migranti” (p. 43-44), e, specificamente sui diritti delle persone LGBTIQ, si nota che “la tutela legale dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali e queer (LGBTIQ) deve essere migliorata. […] hanno continuato a subire alti livelli di discriminazione” (p. 46).
Per quanto concerne la popolazione Rom, viene evidenziato che “gli sgomberi forzati continuano a verificarsi, in violazione della legge e degli standard internazionali. […] I tassi di abbandono scolastico restano alti, in particolare per le ragazze rom.” (p. 47).
Il caso Dodik e la Republika Srpska
Infine, il capitolo sulle relazioni di buon vicinato mostra come il sostegno pubblico a figure controverse della causa serbo-bosniaca non costituisca un fatto isolato: “le relazioni con la Bosnia-Erzegovina sono complessivamente buone e stabili. Continuano a essere condizionate dalle tensioni politiche legate alla “Svesrpski sabor” (“Assemblea di tutti i serbi”) del 2024 … Come ogni anno, alti funzionari serbi hanno partecipato alle celebrazioni — incostituzionali — dell’entità costitutiva della Republika Srpska. Milorad Dodik (noto secessionista) ha continuato a ricevere sostegno politico e logistico dalla Serbia dopo il mandato d’arresto e la condanna definitiva a suo carico, che il Presidente e il governo serbi rifiutano di accettare“. (p. 70).
Il parallelo con gli onori di stato garantiti a Mladić è immediato: in entrambi i casi, le istituzioni serbe hanno scelto di sostenere apertamente figure condannate dalla giustizia internazionale o da quella dei paesi vicini, sfidando le evidenti ripercussioni diplomatiche e reputazionali sul percorso di integrazione europea.
Il Commission Staff Working Document – Serbia 2025 Report, SWD(2025) in .pdf, scaricabile: