A migliaia di chilometri di distanza da noi, si sta consumando un copione già visto, ma con conseguenze potenzialmente letali per l’economia globale.
A tre settimane dall’inizio dell’offensiva congiunta USA-Israele contro l’Iran, l’analisi di Ilan Goldenberg su Foreign Affairs prova a fare luce sui risvolti dell’operazione.
Washington è scivolata in un “pantano di tipo nuovo“, ci dice Goldenberg. Non è il Vietnam, non è l’Iraq, non ci sono truppe di terra statunitensi coinvolte in gran numero, ma la dinamica del fallimento è la stessa.
Washington sta combattendo ancora una volta una potenza regionale più debole senza avere obiettivi chiari, un’idea definita di cosa possa essere considerato “vittoria” e una strategia d’uscita praticabile.
Affinché gli Stati Uniti vincano, dovrebbero puntare a raggiungere obiettivi ambiziosi a costi contenuti: il cambio di regime (“uno standard straordinariamente alto — e probabilmente irraggiungibile” senza un’invasione di terra su vasta scala) o un Iran così debole da non poter destabilizzare la regione a livello militare (lo sviluppo di un’arma nucleare) o perturbare i mercati petroliferi globali.
Per l’Iran, invece, la vittoria può significare semplicemente la sopravvivenza e la capacità di imporre costi all’economia globale attraverso attacchi intermittenti che limitino drasticamente il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz o danneggino le delicate e vitali infrastrutture petrolifere negli stati del Golfo.
1. Nessuna vittoria in vista
Se Washington e Gerusalemme si aspettavano che la morte dei principali leader iraniani portasse al collasso della Repubblica Islamica, sono stati smentiti. La grande scommessa dell’intelligence occidentale — l’idea che le bombe avrebbero spinto i moderati iraniani a rovesciare il sistema — si è infatti rivelata un tragico errore di calcolo.
La morte di Ali Khamenei non ha aperto le porte a una “primavera persiana”. Al contrario, ha accelerato l’ascesa di suo figlio, Mojtaba Khamenei. Legato a doppio filo ai Pasdaran (le Guardie della Rivoluzione), Mojtaba rappresenta l’ala più dura e ideologica del regime.
La guerra non ha per ora indebolito il regime ma lo ha compattato attorno a una leadership che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare dalla resistenza a oltranza.
2. Effetti economici potenzialmente devastanti
Anche se il 90 per cento degli attacchi iraniani viene intercettato, il restante dieci per cento può avere effetti economici devastanti.
L’Iran ha al momento un chiaro incentivo a continuare a colpire i mercati energetici: un singolo colpo a segno su una petroliera, un impianto petrolifero o un aeroporto scuote i mercati globali e altera la percezione del rischio collegata all’operazione militare in corso.
Le azioni della stessa amministrazione Trump, che hanno persino incluso l’allentamento delle sanzioni sul petrolio iraniano per placare i mercati globali, segnalano quanto Trump sia allarmato dall’aumento dei prezzi.
3. La Trappola dell’escalation
Di fronte a questa dinamica, gli Stati Uniti possono essere tentati da un’escalation per costringere l’Iran a cessare i suoi attacchi contro i vicini o tentare di rovesciare apertamente il regime.
L’articolo analizza con preoccupazione le opzioni rimaste sul tavolo di Trump. Occupare l’isola di Kharg (il terminal petrolifero iraniano) o tentare di sequestrare il magazzino di uranio a Isfahan sono operazioni descritte come potenziali incubi logistici.
Non si tratterebbe di un’operazione rapida, come il raid che uccise Osama bin Laden nel 2011 o la rimozione del Presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio 2026. Operazioni del genere richiederebbero probabilmente forze statunitensi sul campo per ore o addirittura giorni. Nel caso di Isfahan, si svolgerebbero anche centinaia di miglia all’interno dell’Iran, in quella che è probabilmente una delle strutture più pesantemente difese del paese.
Inoltre, qualsiasi azione statunitense quasi certamente non godrebbe dell’elemento sorpresa poiché l’Iran molto probabilmente si aspetta una tale operazione.
4. Il bisogno disperato di una via d’uscita
La conclusione di Goldenberg è un appello al realismo. Tre settimane dopo l’inizio della guerra, gli Stati Uniti sono davanti a un bivio: continuare l’escalation o ricalibrare e cercare una via d’uscita. La strada più prudente è quest’ultima.
Trump ha bisogno di una via d’uscita diplomatica, e ne ha bisogno in fretta.
In guerre come questa, la strada più responsabile non è premere sull’acceleratore alla ricerca di una vittoria effimera ma riconoscere quando i costi superano i guadagni, e fare un passo indietro prima che un conflitto limitato diventi qualcosa di ingestibile, con impatto sugli interessi degli Stati Uniti e sulla stabilità globale.
Questo il link all’articolo di Foreign Affairs “America Has No Good Options in Iran” di Ilan Goldenberg.