“Siamo Open Arms, un’organizzazione non governativa e senza scopo di lucro con una missione principale: proteggere in mare le persone che cercano di raggiungere l’Europa e che fuggono da conflitti bellici, persecuzioni o situazioni di povertà”: questa la descrizione che la ONG fa di se stessa sul proprio sito web.
1 agosto 2019
Open Arms pattuglia le acque del mar Mediterraneo di fronte alla costa libica quando le viene comunicato l’esistenza di una imbarcazione che versa in stato di pericolo con a bordo circa 50 persone. Il salvataggio viene effettuato in zona Search and Rescue (SAR) libica.
2 agosto 2019
All’alba del giorno dopo, la Open Arms effettua un altro salvataggio di 69 persone (di cui 16 donne, 2 delle quali in stato di gravidanza, e 2 bambini piccoli) a bordo di un gommone in difficoltà, questa volta in zona SAR maltese (“era un gommone, azzurro, che era sgonfio … si vedeva che era molto fragile, e aveva persone sedute tutto attorno …, con una gamba dentro e l’altra fuori (…) c’era una gravidanza avanzata, 8-9 mesi (…) Poi c’era una persona che aveva una bruciatura molto, molto importante (…) c’era un’altra persona e c’erano tanti feriti, tra cui una persona che aveva due spari nella caviglia”, riporta un soccorritore).
Il comandante di Open Arms informa in via diretta le autorità libiche e il Rescue Coordination Center (RCC) Spagna, paese di bandiera della nave. Non riceve risposta dalla Libia, mentre RCC Spagna suggerisce ad Open Arms di mettersi in contatto con RCC Malta nelle cui acque era avvenuto il secondo salvataggio.
Le autorità maltesi, come da prassi quasi consolidata, declinano la responsabilità di coordinamento dell’evento evidenziando, sin da subito, che non intendono occuparsi della vicenda.
Ad Open Arms, che adesso ha a bordo più di 100 persone, restano quindi poche opzioni: tornare in Libia col rischio di dover abbandonare i migranti in un luogo “non sicuro”, fare rotta verso la Spagna, il proprio Stato di bandiera, ed affrontare così una traversata di parecchi giorni oppure dirigersi verso il porto più vicino, ovvero quello di Lampedusa, in Italia.
L’Italia, però, questa volta non sembra aver intenzione di collaborare.
Sin dal primo giorno, il Ministero dell’Interno dispone, tramite decreto, il “divieto di ingresso, transito e sosta nel mare territoriale nazionale”, nei confronti della nave.
La Open Arms avanza comunque ripetute richieste di assegnazione del cosiddetto “place of safety” (POS) ma le autorità italiane ignorano la richiesta, non facendo pervenire alcuna risposta, né di concessione né di diniego del POS.
Dal punto di vista del Ministero, infatti, il comandante della Open Arms aveva effettuato l’intervento di salvataggio “in totale autonomia” senza essere coordinato da RCC Italia e, per ottenere supporto, doveva quindi rivolgersi agli RCC stranieri responsabili per il monitoraggio delle acque territoriali dove i salvataggi erano stati effettuati (“nel caso in cui l’evento di soccorso si sia verificato in acque di responsabilità [di altri RCC] e sia stato compiuto su iniziativa da una nave soccorritrice, senza il coordinamento del Comando di Roma, non sussistono i criteri dettati dalle convenzioni internazionali per l’attribuzione di un Place Of Safety in Italia” ribadiva infatti Matteo Salvini).
Il Ministero dell’Interno riteneva inoltre che Open Arms non avesse operato in buona fede e avesse indirizzato “in maniera arbitraria la navigazione verso l’Italia”, mossa dalla quale avrebbe potuto desumersi “l’intenzione di porre in essere un’attività volta al preordinato e sistematico trasferimento illegale di migranti in Italia […] e, conseguentemente, un’ipotesi di passaggio non inoffensivo” ai sensi del Decreto Sicurezza-bis, dato che si configuravano “rischi di ingresso sul territorio nazionale di soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica”.
La mossa era prettamente politica ed aveva due finalità principali. La prima, provare a scoraggiare le organizzazioni non governative dal decidere di arrivare direttamente sempre in Italia per procedere agli sbarchi delle persone soccorse. La seconda, tentare di fare pressione sull’Unione Europea e gli Stati costieri confinanti affinché si riconoscesse il ruolo in prima linea dell’Italia nella gestione del fenomeno e si rivedessero le regole europee di governo degli arrivi illegali sul territorio comunitario.
Come visto, però, la Open Arms aveva già contattato tutti gli RCC disponibili e nessuno le aveva fornito risposte soddisfacenti.
Inoltre, aveva a bordo minori stranieri non accompagnati che, secondo le norme vigenti, avrebbero avuto il diritto di essere accolti senza particolari formalità e per i quali vige comunque il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione.
3-8 agosto 2019
La nave si mantiene per 5 giorni in acque internazionali a sud ovest di Lampedusa, in zona SAR maltese e reitera più volte la richiesta di POS all’Italia (“considerato che Lampedusa è il porto sicuro più vicino alla posizione del soccorso, vi chiediamo gentilmente di darci un POS”), evidenziando anche il progressivo deterioramento delle condizioni igienico-sanitarie a bordo.
L’Italia provvede solo all’effettuazione di tre evacuazioni mediche (due donne in stato di gravidanza e un’accompagnatrice).
9 agosto 2019
Il 9 agosto 2019 la Open Arms esegue, con il coordinamento di RCC Malta e in zona SAR maltese, un terzo salvataggio di 39 migranti costretti su “un’imbarcazione di legno, inclinata da un lato”.
Assunto il coordinamento delle operazioni, Malta si dichiara disponibile ad acconsentire allo sbarco sul proprio territorio dei migranti, specificando, però, che il diritto di sbarco su suolo maltese si sarebbe applciato ai soli 39 naufraghi appena tratti in salvo.
A questo punto, il comandante della Open Arms si oppone e rifiuta la proposta: ipotizza che lo sbarco di solo alcuni dei migranti (e, per giunta, degli ultimi soccorsi in ordine temporale) avrebbe portato a disordini a bordo a causa della disparità di trattamento che non sarebbe stata facilmente spiegabile (“essendoci già da nove giorni tante persone a bordo, temevamo che consegnare soltanto quelle relative all’ultima operazione di salvataggio, avrebbe creato una situazione tesa”).
La Open Arms continua quindi a navigare con più di 150 migranti a bordo.
11-14 agosto 2019
Vengono sbarcati altri 13 migranti, sempre per ragioni mediche.
Il clima a bordo comincia a farsi pesante, i naufraghi iniziano a dare i primi segni di insofferenza: “inizialmente non c’era nessun problema, perché si comprendeva perfettamente il perché ci fossero delle evacuazioni mediche, con il passare dei giorni invece ogni volta che si realizzava una evacuazione medica, c’era uno stato di alterazione, diciamo che la situazione era tesa, c’erano anche delle liti, perché non si capiva perché alcuni sì e altri no”, riporta la capomissione a bordo di Open Arms.
Il 13 agosto sale a bordo il Dr. Alessandro Di Benedetto, psicologo di Emergency, e relaziona che la condizione dei migranti stava “raggiungendo livelli di sofferenza altissimi”, con conseguente rischio che, in poco tempo, si potesse “perdere il controllo della situazione”.
Come se non bastasse, il meteo volge al brutto e i passeggeri di Open Arms si trovano a dover fronteggiare un particolare peggioramento delle condizioni del mare (“le condizioni erano già diciamo cattive prima che ci fosse cattivo tempo, quando il tempo è peggiorato le condizioni [dei migranti] sono peggiorate anch’esse”).
Open Arms chiede ancora aiuto a RCC Malta che prontamente rifiuta, negando alla nave riparo contro il maltempo e suggerendo al natante di cercare altre soluzioni (“Le ricordiamo che con i venti previsti avete altre migliori opzioni a vostra disposizione e molto più vicine a Malta, che state scegliendo di ignorare (cioè Lampedusa e Tunisia)”, scriverà proprio RCC Malta a Open Arms).
Di certo alcuni Stati Membri dell’Unione Europea non difettano di cinismo.
Il 14 agosto 2019 il TAR del Lazio sospende l’efficacia del divieto di ingresso, transito e sosta nel mare territoriale nazionale emesso dal Ministero dell’Interno in data 1 agosto 2019, confutando l’argomentazione del Ministero per quanto relativo al “passaggio non inoffensivo”, certificando la situazione di distress dell’imbarcazione e l’urgenza di prestare immediata assistenza alle persone soccorse.
Nella stessa giornata, il Ministero dell’Interno predispone così un nuovo decreto interdittivo per la Open Arms che, però, sottoscrive il solo Ministro Salvini, poiché gli altri Ministri che avrebbero dovuto sottoscriverlo si rifiutano di farlo.
Le condizioni meteo sono sempre proibitive (“c’era mare forza 4 e un’onda di due metri e mezzo, con circa 25 nodi di vento”) e Open Arms comunica a RCC Italia che “la nostra nave si sta dirigendo nelle acque territoriali italiane per poter cercare rifugio”.
Il Comando Generale delle Capitanerie di Porto consente alla nave di ridossarsi nelle immediate vicinanze dell’isola fino al miglioramento delle condizioni del mare.
Procura della Repubblica Tribunale di Palermo – Open Arms – Memoria Conclusionale del Pubblico Ministero, 2019, (in .pdf) scaricabile: