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Il Decreto Legge 87/2018: Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese (“Decreto Dignità”)

In attesa della votazione in commissione degli emendamenti già annunciati al cosiddetto “Decreto Dignità” (D.L. 87/2018), ecco le principali novità apportate dal decreto fortemente voluto da Luigi Di Maio.

Secondo quanto comunicato dal Governo, il decreto ha lo scopo principale di:
1. limitare l’utilizzo di tipologie contrattuali che nel corso degli ultimi anni hanno condotto a un’eccessiva e allarmante precarizzazione;
2. arginare il fenomeno della delocalizzazione delle attività produttive, assicurando che le aziende destinatarie di incentivi e aiuti restituiscano quanto ricevuto nel caso di trasferimento degli stabilimenti;
3. arginare il fenomeno della ludopatia, limitando la pubblicità dei giochi e delle imprese promotrici, così da ridurre l’allarmante aumento dell’utilizzo di tali strumenti da parte di molte persone che oggi si ritrovano patologicamente dipendenti dal gioco con gravi conseguenze sulla loro vita;
4. promuovere nuove misure idonee a semplificare gli strumenti di accertamento e di controllo tributario oggi previsti per professionisti e imprese.

Misure per il contrasto al precariato

Articolo 1
L’obiettivo di questo articolo è quello di limitare l’utilizzo indiscriminato dei contratti a termine nel settore privato (i contratti della pubblica amministrazione sono esclusi).
L’articolo riduce la durata massima del contratto di lavoro a termine, pari nella disciplina finora vigente a 36 mesi, prevedendo un limite di 12 mesi.
Tranne che nel caso di contratti per attività stagionali, il contratto a termine può ora essere prorogato (sempre nel limite dei 12 mesi, ovviamente) senza l’indicazione di una ragione specifica solo nei primi dodici mesi di durata e per un massimo di quattro volte (la norma previgente disponeva cinque).
I soli casi in cui il contratto può avere una durata superiore ai 12 mesi sono quelli stipulati per rispondere a “esigenze temporanee e oggettive”, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, che inducano alla sostituzione di altri lavoratori o a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività lavorativa ordinaria.
In queste situazioni il limite massimo per un contratto a tempo determinato è di 24 mesi e la ragione che ha portato all’estensione da 12 a 24 mesi va chiaramente identificata per iscritto nel contratto.
Le nuove disposizioni si applicano ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del decreto-legge 87/2018, nonché ai rinnovi e alle proroghe dei contratti in corso alla medesima data.

Articolo 2
Nella “somministrazione di lavoro” l’attività lavorativa viene svolta da un dipendente dell’impresa somministratrice nell’interesse di un altro soggetto che ne utilizza la prestazione: in sostanza, il lavoratore è assunto e retribuito dall’impresa somministratrice ma svolge la propria attività sotto la direzione ed il controllo dell’impresa utilizzatrice.
L’articolo 2 prevede che i rapporti di lavoro a tempo determinato tra somministratore e lavoratore siano soggetti alla disciplina in materia di lavoro a tempo determinato per quanto concerne durata, proroghe, rinnovi e causalità dei contratti a termine.

Articolo 3
L’articolo si propone di aumentare l’indennità dovuta al lavoratore nel caso in cui il giudice accerti che non ricorrano gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo o per giusta causa.
Attualmente, l’indennità prevista in caso di licenziamento è pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro mensilità e non superiore a ventiquattro mensilità. La disposizione in esame aumenta l’intervallo entro il quale il giudice può fissare l’indennità, determinandolo in misura compresa tra il minimo di sei mensilità e il massimo di trentasei mensilità.
Per indirizzare i datori di lavoro verso l’utilizzo di forme contrattuali stabili, è inoltre aumentato di 0,5 punti percentuali il contributo addizionale (attualmente pari all’ 1,4 per cento della retribuzione imponibile a fini previdenziali) previsto per ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in regime di somministrazione, da versarsi alla “Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego” (NASpI) ente avente la funzione di fornire una tutela di sostegno al reddito in favore dei lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione.

Scuola

Articolo 4
L’articolo 4 concede al MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) 120 giorni di tempo per dare esecuzione ad ogni provvedimento giurisdizionale che comporti la decadenza di contratti di lavoro stipulati con docenti in possesso di diploma magistrale, inseriti con riserva nelle graduatorie.
La disposizione interviene per dilazionare nel tempo l’esecuzione delle sentenze che dovessero adeguarsi (ipotesi altamente probabile) alla decisione dello scorso dicembre del Consiglio di Stato che ha dichiarato che il possesso del solo diploma magistrale, sebbene conseguito entro l’a.s. 2001/2002, non costituisce titolo sufficiente per l’inserimento nelle graduatorie del personale docente, cosa che dovrebbe portare alla risoluzione contrattuale di circa 7500 contratti di lavoro a tempo indeterminato.
In questo contesto, la disposizione si propone l’obiettivo di assicurare l’ordinato avvio dell’anno scolastico 2018/2019 e di salvaguardare la continuità didattica, prevedendo che il MIUR possa provvedere all’esecuzione delle decisioni giurisdizionali che comportino la decadenza dei contratti di lavoro stipulati con i diplomati magistrali entro 120 giorni dalla data di comunicazione di ciascun provvedimento giurisdizionale al Ministero.

Delocalizzazione

Articolo 5
L’articolo si propone lo scopo di arginare il fenomeno della “delocalizzazione” delle attività economiche delle imprese, ossia lo spostamento di attività o di processi produttivi, o delle loro fasi, nel territorio di altri Stati, al fine di ottenere vantaggi competitivi, derivanti da un minor costo della manodopera e/o da una minore regolamentazione del mercato del lavoro, ovvero altri vantaggi, soprattutto in termini fiscali.
La norma dispone che le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l’effettuazione di investimenti produttivi ai fini dell’attribuzione del beneficio, decadano dal beneficio stesso qualora l’attività economica interessata o una parte di essa venga delocalizzata in Stati non appartenenti all’Unione europea, ad eccezione degli Stati aderenti allo Spazio Economico europeo  (Liechtenstein, Norvegia, Svizzera) entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata.
La sanzione amministrativa pecuniaria prevista è il pagamento di una somma di importo da 2 a 4 volte quello dell’aiuto fruito.
La medesima regola si applica (comma 2) per imprese che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l’effettuazione di investimenti produttivi specificamente localizzati ai fini dell’attribuzione del beneficio.

Articolo 6
L’articolo 6 prevede la decadenza dalla fruizione di specifici benefici per le imprese che, avendo beneficiato di aiuti di Stato che prevedano un determinato impatto sui livelli occupazionali, non abbiano garantito il mantenimento di tali livelli.
L’impresa decade quindi dal beneficio se riduce i livelli occupazionali degli addetti all’unità produttiva (o all’attività interessata dal beneficio) nei 5 anni successivi alla data di completamento dell’investimento in una percentuale superiore al 10%. La decadenza dal beneficio è disposta in misura proporzionale alla riduzione del livello occupazionale ed è comunque totale in caso di riduzione superiore al 50%.

Articolo 7
La norma prevede un meccanismo di recupero delle agevolazioni concesse (nel caso specifico dell’iperammortamento fiscale, una maggiorazione pari al 150 per cento del costo di acquisizione di specifici beni che consente di ammortizzare in bilancio un valore pari al 250 per cento del costo di acquisto) per i casi in cui, nel corso della fruizione del beneficio, i beni agevolati formino oggetto di cessione a titolo oneroso o di delocalizzazione.
La norma stabilisce che, in caso di cessione a titolo oneroso o di delocalizzazione all’estero dei beni per i quali l’impresa ha fruito dell’agevolazione dell’iperammortamento, essa è tenuta a restituire, attraverso una variazione in aumento del reddito imponibile, i benefìci fiscali applicati nei periodi d’imposta precedenti.
Tuttavia, nel caso in cui l’impresa sostituisca il bene originario con un bene materiale strumentale nuovo avente caratteristiche tecnologiche analoghe o superiori (cosiddetti “investimenti sostitutivi”), la norma impedisce che si applichi la revoca dell’agevolazione, anche in caso di delocalizzazione.
La norma si applica alle strutture produttive situate nel territorio nazionale e alle “stabili organizzazioni di soggetti non residenti” (ovvero le imprese che, nonostante non siano fisicamente presenti sul territorio, abbiano una “significativa e continuativa presenza economica nel territorio dello Stato”), per gli investimenti effettuati successivamente alla data di entrata in vigore del decreto legge 87/2018.

Articolo 8
La norma stabilisce che non si potrà godere del credito d’imposta previsto per gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo o per i costi di acquisto di diritti di privativa industriale (come ad esempio un’invenzione industriale o biotecnologica o una nuova varietà vegetale) se tali investimenti derivano da operazioni infragruppo.
Il comma 3 ribadisce poi la condizione secondo cui, ai fini della fruizione del credito di imposta, i costi sostenuti assumono rilevanza solo se i beni immateriali acquisiti vengono utilizzati direttamente ed esclusivamente nello svolgimento delle attività di ricerca e sviluppo considerate ammissibili al beneficio.

Ludopatia

Articolo 9
La relazione illustrativa al decreto identifica la ludopatia come un “fenomeno di rilevanti dimensioni” che può dar luogo a una dipendenza socio-economica “con veri e propri effetti patologici, che si riflettono sul soggetto con gravi disagi per la persona, della quale vengono compromessi l’equilibrio familiare, lavorativo e finanziario, anche perché in queste situazioni spesso aumenta il rischio di esposizione all’indebitamento e il ricorso a prestiti usurari”.
La norma vieta qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, che riguardi giochi o scommesse con vincite di denaro, in qualsiasi modo effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali e artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni e internet.
Per i contratti di pubblicità in corso al 14 luglio 2018 (data di entrata in vigore del decreto legge) si prevede che continui ad applicarsi la normativa previgente, fino alla loro scadenza, e comunque per non oltre un anno dalla medesima data.
Dal 1° gennaio 2019, il divieto di pubblicizzare giochi e scommesse è esteso anche alle sponsorizzazioni.
Sono esclusi dal divieto le lotterie nazionali a estrazione differita, le manifestazioni di sorte locali, lotterie, tombole e pesche o banchi di beneficenza.
La violazione dei divieti comporta la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma pari al 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e, in ogni caso, non inferiore a 50 mila euro per ogni violazione.

Semplificazione fiscale

Articolo 10
La norma vigente prevede che, salva la prova contraria da parte del contribuente, il fisco può determinare il reddito presunto del contribuente, in base alle spese effettuate o ad altri elementi indicativi di capacità contributiva (il cosiddetto “redditometro”): in sostanza, il reddito del contribuente deve essere compatibile con le spese da questi sostenute e l’accertamento del fisco scatta soltanto nel caso in cui la differenza fra il reddito dichiarato e quello accertato sia superiore al 20%.
Il comma 1 prevede che il Ministero dell’economia e delle finanze possa emanare il decreto che individua gli “elementi indicativi di capacità contributiva” dopo aver sentito l’Istituto nazionale di statistica (Istat) e le associazioni maggiormente rappresentative dei consumatori per gli aspetti riguardanti la metodica di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacità di spesa e alla propensione al risparmio dei contribuenti.
Il vecchio decreto ministeriale emanato il 16 settembre 2015, contenente gli elementi indicativi necessari per effettuare l’accertamento, è abrogato e non ha più effetto per i controlli ancora da effettuare sull’anno di imposta 2016 e successivi.
L’istituto del redditometro non troverà quindi ulteriore applicazione fino all’entrata in vigore del nuovo decreto attuativo ai sensi del comma 1.

Articolo 11
L’articolo 11 reca disposizioni sulla trasmissione dei dati delle fatture emesse e ricevute (il cosiddetto “spesometro”) da parte dei soggetti passivi IVA.
La norma prevede che la comunicazione dei dati relativi al terzo trimestre 2018 non debba essere effettuata entro il mese di novembre 2018 (come previsto dalla normativa previgente), bensì entro il 28 febbraio 2019.
Dal 1 gennaio 2019, comunque, lo spesometro è abrogato in forza dell’obbligo della fatturazione elettronica tra privati disposto dalla legge di bilancio 2018.

Articolo 12
Le pubbliche amministrazioni acquirenti di beni e servizi, possono godere di un meccanismo di scissione dei pagamenti, il cosiddetto split payment, da applicarsi alle operazioni i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte o ritenuta d’acconto (in sostanza, i compensi dei professionisti): in tali casi, le pubbliche amministrazioni devono versare direttamente all’erario l’IVA che è stata addebitata loro dai fornitori, anziché allo stesso fornitore, scindendo quindi il pagamento del corrispettivo dal pagamento della relativa imposta.
Il presente articolo abroga tale strumento per le operazioni per cui verrà emessa fattura successivamente al 14 luglio 2018.

Articolo 13
La legge 27 dicembre 2017, n. 205 aveva introdotto la possibilità di esercitare le attività sportive dilettantistiche anche con scopo di lucro, prevedendo l’utilizzo della forma societaria, sia nella forma delle società di persone sia in quella delle società di capitali, con un regime fiscale di favore.
Lo scopo originariamente perseguito dalla norma era quello di superare la distinzione tra sport dilettantistico e professionistico, fondata sulla non lucratività del primo.
Tuttavia, secondo la relazione illustrativa, “la suddetta innovazione ha determinato non marginali criticità, innestando strumenti e logiche imprenditoriali nell’ambito di un settore caratterizzato da indiscutibili peculiarità”.
L’articolo 13 abroga quindi le norme sopra citate.
Le forme giuridiche utilizzabili rimangono pertanto l’associazione sportiva priva di personalità giuridica, l’associazione sportiva con personalità giuridica di diritto privato o la società sportiva di capitali costituita secondo le disposizioni vigenti, ad eccezione di quelle che prevedono le finalità di lucro.
Come ultima misura contro la precarietà, viene inoltre disposta l’abrogazione delle norme disciplinanti i contratti di collaborazione coordinata e continuativa stipulati (quando ancora possibile) dalle società sportive dilettantistiche aventi scopo di lucro.

 

La Relazione Illustrativa della Camera dei Deputati al Decreto Legge 87/2018 “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese” (“Decreto Dignità”), in .pdf, (scaricabile):

CAMERA - Relazione Illustrativa Decreto Dignità - 13lug2018

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