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La prescrizione e l’effetto sui processi

Gli imputati del processo sulle violenze perpetrate contro una minorenne, prima abusata sessualmente dal padre e poi dagli educatori della comunità di recupero della provincia di Torino dove era stata accolta, resteranno impuniti per prescrizione del reato.
I fatti avvenirono nel 2001, il processo cominciò nel 2002 per terminare nel 2007; poi una pausa fino al 2013, la pronuncia di appello nel 2016 e la Cassazione che dichiara la prescrizione del reato nel 2017.
Il risultato?
Dopo 15 anni di sforzi, reato cancellato e nessuna pena per coloro che commisero il fatto.
Qualcuno avrà sicuramente sussultato.

Ma cosa è e come funziona la prescrizione?

Bisogna innanzitutto differenziare tra campo civile e penale.

Nel campo civile, la prescrizione è l’istituto giuridico, disciplinato dall’articolo 2934 del codice civile, che prevede l’estinzione dei diritti che non vengono esercitati entro il termine determinato dalla legge.
Ad esempio, il mio diritto a richiedere il pagamento del canone di una locazione si estinguerà dopo cinque anni (art. 2948 cc) se non avrò -nel mentre- avanzato alcuna pretesa.

Qual è la ratio di questo istituto?
Le ragioni risiedono principalmente nella tutela del principio della “certezza del diritto”.
Si ritiene sia infatti opportuno che l’ordinamento garantisca stabilità alle situazioni di fatto che si sono venute a creare e si sono consolidate nel tempo a seguito dell’inerzia del titolare: passato un certo lasso di tempo, quindi, le pretese avanzate dall’asserito titolare di un diritto soggettivo non saranno più protette dall’ordinamento.
In particolare, il legislatore intende evitare controversie che potrebbero essere caratterizzate da situazioni probatorie difficoltose a causa del tempo trascorso: il ricordo di fatti avvenuti indietro nel tempo potrebbe essere confuso, i documenti mancanti e così via.

Si badi bene, comunque, che non tutti i diritti possono essere prescritti.
Ad esempio la prescrizione non si applica al diritto di proprietà né alla famiglia dei “diritti indisponibili”, quali i diritti della personalità (es diritto al nome, diritto all’immagine) o i diritti sull’integrità fisica (non si estinguerà mai il mio diritto a oppormi alla cessione di parti del mio corpo).

Il termine ordinario della prescrizione in campo civile è di 10 anni.
Esso si applica, ad esempio, alle azioni di responsabilità civile di natura contrattuale, ovvero quelle conseguenti all’inadempimento di un’obbligazione assunta (art. 1218 cc).
Vi sono poi termini di prescrizione più brevi disposti dalla legge: il risarcimento del danno da fatto illecito extracontrattuale è soggetto alla prescrizione breve di 5 anni (art. 2947 cc) cosi come i diritti dei corrispettivi sulle locazioni, mentre 2 anni sono sufficienti per far estinguere il diritto a richiedere un risarcimento per danni derivanti dalla circolazione dei veicoli.

La prescrizione in campo civile decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.

Dato che uno dei requisiti che devono sussistere affinché un diritto si prescriva è l’inerzia da parte del titolare, l’ordinamento riconosce la possibilità di sospenderne il decorso se esistano dei motivi che giustifichino il mancato esercizio del diritto.
Ad esempio, la prescrizione rimane sospesa in tempo di guerra, a favore dei militari in servizio, oppure a favore degli interdetti per infermità mentale per il tempo in cui non hanno rappresentante legale (art. 2942 cc).
Il periodo di tempo in cui perdura la sospensione viene quindi escluso dal computo totale.
Il mio diritto a ricevere il prezzo pattuito per la cosa venduta si prescrive in 10 anni; tuttavia se vengo mandato in guerra per tre sarò impossibilitato ad esercitarlo e, quindi, quei tre anni non verranno considerati nel calcolo, come se il mio diritto si prescrivesse in 13 anni invece che in 10.

L’interruzione della prescrizione, invece, si verifica quando il titolare compie un atto nel quale si ravvisa la sua volontà di esercitare il diritto (ad esempio in caso di proposizione di domanda giudiziale – art. 2943 cc).
A differenza della sospensione, dopo ogni causa di interruzione un nuovo periodo di prescrizione ricomincia a decorrere da capo, senza che si tenga conto del periodo trascorso in precedenza.
Il mio diritto a ricevere il prezzo pattuito per la cosa venduta si prescrive in 10 anni. Tuttavia all’ottavo anno mi rivolgo a un tribunale per far valere il mio diritto: la prescrizione ricomincerà a decorrere da capo dal momento della sentenza definitiva.

In campo penale, la prescrizione dei reati è l’istituto giuridico, disciplinato dall’articolo 157 del codice penale, che prevede l’estinzione del reato se – dalla sua commissione – sia decorso un determinato ammontare di tempo senza che si sia pronunciata alcuna sentenza definitiva.
In altri termini è il tempo massimo che l’ordinamento ritiene equo per continuare a perseguire quel crimine; dopo un certo periodo di tempo si ritiene infatti non opportuno esercitare la funzione repressiva.
Per quale ragione?
Come nel caso della prescrizione in campo civile, la ratio è quella di garantire l’effettivo esercizio dei diritti. Col passare del tempo infatti sarà sempre più difficile per il convenuto fornire e recuperare fonti di prova a suo favore: la prescrizione evita quindi eventuali abusi da parte del sistema giudiziario.

Come si calcola il termine di prescrizione nel penale?
La regola generale per la prescrizione dei reati è quella di fare riferimento alla pena massima prevista per essi dalla legge, facendola valere anche da termine per la prescrizione: la pena massima prevista per il furto d’auto è di 3 anni (art. 624 cp) e 3 anni sarà, secondo la regola generale, il tempo necessario a prescrivere il reato.
Tuttavia, l’ordinamento prevede che in ogni caso la prescrizione non possa essere inferiore a sei anni per i delitti e a quattro anni per le contravvenzioni.
Nel nostro caso ciò sta a significare che il tempo di prescrizione per il reato di furto sarà comunque di sei anni.
Se invece il reato in oggetto fosse stato quello di violenza sessuale (art. 609 bis cp), la pena massima prevista di 10 anni si sarebbe applicata anche alla prescrizione senza alcun adeguamento.

Per alcuni tipi di reato, comunque, la prescrizione  non è applicabile – ad esempio  ai reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo.

Nell’ordinamento italiano, con vari distinguo (art. 158 cp), il giorno da cui decorre il termine della prescrizione è quello in cui si assume che sia stato commesso il fatto di reato.

Anche in campo penale, come nel civile, sono previste casi di sospensione della prescrizione (art. 159 cp – ad esempio la sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti) e interruzione (art. 160 cp – ad esempio la richiesta di rinvio a giudizio o il decreto di fissazione dell’udienza preliminare).

Con una differenza sostanziale, tuttavia.

Anche nel caso del penale dopo ogni causa interruttiva, ricomincia a decorrere da capo un nuovo periodo di prescrizione ma entro i limiti definiti dall’articolo 161 cp.
Ciò significa che, tranne per alcuni reati (art. 51 cpp) e tranne che si sia in presenza di determinati comportamenti soggettivi (come recidiva, abitualità, professionalità del reato), in nessun caso l’interruzione della prescrizione potrà comportare, nel campo penale, l’aumento di più di un quarto del tempo totale necessario a prescrivere.
Ad esempio, nel caso di un termine di prescrizione fissato in dieci anni (quale quello per il reato di violenza sessuale), le cause di interruzione non potranno protrarre il processo più in là di dodici anni e sei mesi (in quanto somma del termine di 10 anni più del suo quarto), pena la prescrizione del reato e la dichiarazione di “non doversi procedere”.

Quindi, fatti salvi i casi di sospensione, che allontanano indefinitamente la data del termine prescrittivo, in presenza di cause interruttive il reato si potrà prescrivere anche in pendenza di processo, se si superano i termini previsti dall’articolo 161 cp.
Cosa che, come visto, non accade in campo civilistico.

Stando così le cose, casi come quello di Torino possono verificarsi purtroppo non di rado.

La questione è nota e da tempo si parla di riformare la normativa per evitare simili scenari: pur convenendo sulla bontà del criterio della “ragionevole durata del processo”, non è infatti socialmente accettabile che alcuni reati particolarmente spregevoli risultino impuniti per ragioni procedurali o per inefficienze organizzative o ritardi della magistratura.

Il governo Gentiloni e il Parlamento ci sono però venuti in aiuto, avendo dato alla luce la Legge n. 103/2017, in vigore dal 03 Agosto 2017, che attiene a “modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario” e che opera una riforma anche in materia di prescrizione penale.
Tale legge, che per espressa previsione si applica solo ai fatti commessi dopo la sua entrata in vigore, introduce alcune novità che dovrebbero avere lo scopo di aiutare a giungere a sentenza anche in caso di ritardi della macchina processuale.
Tra di esse:
– si introducono all’articolo 159 cp altre ipotesi di sospensione della prescrizione (aventi comunque effetto solo limitatamente agli imputati contro cui si procede), ossia: dalla sentenza di condanna in primo grado, il termine di prescrizione resta ora sospeso fino al deposito della sentenza di appello (al massimo comunque fino a 1 anno e 6 mesi); dopo la sentenza di condanna in appello, il termine resta ora sospeso fino alla pronuncia della sentenza definitiva (al massimo comunque fino a 1 anno e 6 mesi).
Inoltre, la prescrizione sarà sospesa (per un massimo di 6 mesi) anche nel caso di rogatorie all’estero.
– si introducono poi modifiche all’articolo 161 cp in merito alle regole sulla interruzione: per i reati di corruzione e induzione indebita, le diverse cause interruttive della prescrizione potranno ora comportare l’aumento di più di metà del tempo totale necessario a prescrivere (anziché di un quarto come oggi), allungando così la vita di questo tipo di procedimenti.

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